Tre Cime di Lavaredo

fotografie del silenzio, del rispetto e della bellezza

12 Tre cime di lavaredo viste dal lago di misurina

Quel cartello l’ho sempre visto: fin da piccolo quando, in villeggiatura nella vicina Cortina D’Ampezzo, con la famiglia si andava a trovare dei parenti ad Auronzo di Cadore per poi andare inesorabilmente alle Tre Cime di Lavaredo.

La ruggine e il colore ormai svanito non rendono facile la lettura a chi transita lungo la statale in direzione Misurina. Come se non bastasse, appena 10 cm sopra, c’è un’altra iscrizione altrettanto decrepita che a caratteri cubitali indica un’improbabile “pista di bob e slittino“.

Eppure quando vedo per pezzo di lamiera, mi ci fermo sempre: sì, penso di essere tra i pochi che prima di salire alle Tre Cime di Lavaredo vuole fare un percorso di “avvicinamento” interiore. Non leggo su Tripadvisor se nello strudel del rifugio Locatelli c’è troppa cannella o se c’è il wi-fi gratuito: leggo quel cartello con scritto “Val Marzon” e ne seguo la direzione.

Dopo qualche decina di metri dalla deviazione sulla strada principale, in mezzo al bosco, ci sono delle radure che costeggiano il fiume Ansei, dei casolari, una piccola area picnic e un parcheggio.

le tre cime da val marzon

le Tre Cime di Lavaredo da val Marzon

Lascio l’auto e mi fermo pensando che tutto ha avuto inizio lì: sì, perché quella valle, dimenticata dalla storia (e tenuta in vita solo dai volontari dell’ANA di Auronzo), è stata la sede della cittadella militare logistica che supportava le prime linee di battaglia non molti chilometri più su. Ospedali da campi, comandi, tende di supporto: mi immagino un via-vai continuo di uomini e mezzi impegnati in chissà quale attività, pur sapendo che al 70% sarebbero morti da lì a pochi giorni.

In quella vallata, stretta, inospitale, brutta, Dio solo sa quanti comandi sono stati imposti agli Alpini aggrappati sulle rocce: comandi spesso suicidi spacciati per atti valorosi. La Prima Guerra Mondiale è anche questo. Gesti eroici, comandanti inadeguati, soldati abbandonati, posti bellissimi: i camminamenti che portavano gli uomini a morire sono oggi percorsi di trekking di rilevanza mondiale, capaci di far affluire migliaia di persone che non sanno nulla di ciò che è successo da quelle parti solo 100 anni fa.

Se volete, quella mia sosta è un rito, una sorta di religiosa riconoscenza per l’immane opera compiuta: rispetto, se vogliamo usare un termine che mi piace di più.

Giro la macchina e punto al lago di Misurina, ma non mi fermo perché preferisco una tappa al piccolo lago di Antorno. Ai più non dice molto, ma a me ha sempre ispirato tranquillità e calma.

tre cime dal lago di antorno

Le Tre Cime viste al tramonto dal piccolo lago di Antorno

 

Lungo la strada che sale al Rifugio Auronzo è incessante l’andirivieni di macchine, pullman e camper: un inno all’inquinamento dovuto ad un livello di traffico pazzesco, che forse si potrebbe gestire meglio. Ma la montagna oggi è anche questo: continui contrasti tra la necessità di salvaguardare il territorio e la storia davanti alle richieste di monetizzare il più possibile da loro.

Vado a rilassarmi un po’ e cerco il mio “solito posticino”, lontano il più possibile dall’asfalto.

monte paterno

Postazione di tiro austriaca sul monte Paterino

La mia sosta dura una decina di minuti, il tempo di gustarmi in solitaria una puccia con lo speck: subito dopo, riparto in direzione Tre Cime di Lavaredo, sapendo che la mia voglia di solitudine morirà non appena arriverò al parcheggio del rifugio Auronzo, dove migliaia di macchine, in qualsiasi giorno, in qualsiasi ora e con qualsiasi condizione meteo, si fanno compagnia sotto un sole rovente: un dolce preludio della presenza di migliaia di umani che con uno smartphone in mano da 700 euro si fanno selfie in continuazione, postandoli sui social network aggiungendo didascalie improbabili del tipo #DoveOsanoLeAquile, #NonPerDeboliDiCuore, #SuperTrekking, etc..

Tre cime di lavaredo

Pian Dei Laghi: per un’alba indimenticabile

In effetti, il serpentone umano che si snoda verso il rifugio Locatelli ha un ché di processione religiosa: non sono mai stato a Lourdes, ma mi sento come avvolto in un flusso automatico, che prende il turista dal rifugio Auronzo e lo porta verso le Tre Cime di Lavaredo, a vedere l’apparizione di un qualche cosa di sacro.

il rifugio Auronzo visto dalla chiesetta degli Alpini (Santa Maria della Pace)

Il mio percorso fotografico inizia qui: parte di me vorrebbe già tornare indietro perchè la gente sul sentiero è sempre troppa e non mi permette di fare le fotografie come piace a me. Confido nella sosta alla cappella degli alpini: magari una foto con tutte le persone attorno di questo monumento ai caduti forse può avere un qualche interesse fotografico.

Purtroppo rimando deluso: il flusso è inarrestabile e procede compatto senza soste. Nessuno di ferma a leggere il perchè di quella chiesetta a 2.000 mt di altitudine. Qualcuno si fa un selfie, ma il bianco della chiesetta sullo sfondo sballa l’esposimetro e lo scatto viene male: le imprecazioni sembrano quelle di un soldato in prima linea che ha appena schivato una pallottola, con la sostanziale differenza che a lui i “likes” sulla foto non importano.

Superato il rifugio Lavaredo e fatta la breve salita che conduce all’omonima forcella, la gita prende un’altra piega: il vallone che si apre davanti a noi è semplicemente divino e anche se le Tre cime sono alle nostre spalle, la conca racchiusa fra il Monte Paterno e la Torre di Toblin è assolutamente un toccasana per l’anima.

Piani di Lavaredo dall’omonima forcella

 

Il sentero che si snoda alla base del Monte Paterno, seguendo la Croda Passaporto regala continue soddisfazioni dal punto di vista fotografico: meno dal punto di vista alpinistico (è semplicissimo e non richiede particolare attrezzatura), e nessuna dal punto di vista della solitudine. La folla è ovunque, comunque e in ogni dove. E l’approsimarsi del rifugio Locatelli è un ulteriore elemento negativo perchè alla mandria umana che sale verso il rifugio, si somma quella che al rifugio c’è già.

Sorgere del sole dal Rifugio Locatelli

Non demordo: e con infinito piacere, vedo che tra le 16.30 e le 17.00, quasi tutti gli alpinisti selfitari se ne sono andati. In zona rimangono non molte persone: altri fotografi (con cui è sempre bello scambiare due chiacchiere) e alpinisti veri, che l’indomani all’alba iniziano a scalare le montagne circostanti.

 

Info tecniche

Le foto delle Tre Cime di Lavaredo (e dintorni) che vedi in questa pagina, sono state realizzate con una Panasonic G2K (standard micro 4/3) con ottiche Leica Elmarit e con una Canon 5D MK-II (EOS Full Frame) con ottiche Tamron serie SP. In tutti gli scatti sono stati usati polarizzatori Cokin CP-L Pure Harmonie e filtri ND e/o GND sempre Cokin, serie Nuances, con sistema di montaggio Cokin EVO.

Info storiche

Quando la Prima Guerra Mondiale si scatenò, i teatri di lotta principali furono il Monte Piana e le Tre Cime di Lavaredo:  tra quelle pietre oggi il turista cerca e trova le tracce di una lotta che uomini e natura resero unica al mondo.

Ma quella gara d’alta quota, a sopravvivere prima ancora che a vincere, non sarebbe stata possibile per 29 lunghi mesi se l’intera Val d’Ansiei non si fosse trasformata fin dai primi giorni di mobilitazione in un autentico cantiere bellico che avviava al terribile fronte tutto il necessario per vivere, uccidere e morire. La Val Marzon divenne la via d’accesso principale al palco di lotta, il cordone ombelicale che inoltrava alla linea di fuoco armi, legname, viveri, ma soprattutto uomini di tutta Italia, molti dei quali poi rifecero all’inverso quello stesso tragitto, feriti in barella per essere ricoverati in un ospedaletto o già cadaveri in una cassa per venir sepolti in un cimitero, come quello di Cason de la Crosèra.

Per approfondire